Orange Wine Friuli: i nostri Migliori Produttori | Happy Orange

L’orange wine il Friuli lo ha praticamente inventato. Se dovessimo indicare un solo posto sulla mappa da cui è partito tutto, sarebbe il Collio, tra Gorizia e il confine sloveno. È qui che negli anni ’90 Josko Gravner ha fatto una cosa che allora sembrava una follia. Dopo anni passati a inseguire vini bianchi sempre più “puliti” e tecnologici, ha rimesso le bucce nel mosto e ha allungato le macerazioni a settimane, poi a mesi. Ha iniziato a fermentare in anfore di terracotta interrate, riscoprendo un metodo che in Georgia si usa da millenni. Il colore che ne usciva non era più bianco paglierino, ma dorato, ambrato, “arancione”. Da lì il nome, e da lì un movimento che ha attraversato il confine con la Slovenia e ha finito per contagiare tutto il mondo del vino naturale.

Gravner resta un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia capire cos’è l’orange wine. Ma il Friuli di oggi è molto più di un solo nome: è un territorio con almeno quattro anime diverse, ognuna con un suo stile di macerazione sulle bucce. Le abbiamo attraversate tutte per raccontarvi i produttori che teniamo in selezione.

Orange Wine Friuli: il Collio, dove tutto è iniziato

Il Collio goriziano è terra di “ponka” (o flysch di Cormons), la marna arenaria che si sgretola a contatto con l’aria e regala ai vini quella mineralità tagliente che si riconosce a occhi chiusi. È una striscia di colline che va dai 50 ai 400 metri circa, incastrata tra Gorizia e il confine con la Slovenia — dall’altra parte dello stesso confine lo stesso terreno si chiama Brda, ed è la continuazione della stessa storia geologica su due stati diversi. DOC dal 1968, tra le più piccole e vocate d’Italia per i bianchi, con vigneti spesso su pendii ripidi lavorati ancora a mano. Ed è la zona con la più alta concentrazione di macerati storici del Friuli.

Damijan Podversic ha imparato il mestiere direttamente da Gravner, di cui è stato allievo. Oggi lavora i vigneti esposti a sud del Monte Calvario, alle porte di Gorizia, con la stessa filosofia del maestro: macerazioni lunghe, biologico, nessuna scorciatoia. Il suo Pinot Grigio macera a lungo sulle bucce, ha un tannino morbido e un colore che sorprende sempre chi lo assaggia la prima volta.

A pochi chilometri, a San Floriano del Collio, c’è Franco Terpin, un nome che ricorre spesso nelle ricerche di chi cerca orange wine friulani. Dieci ettari coltivati senza chimica, fermentazioni solo con lieviti indigeni, e tre linee distinte a seconda del vigneto di provenienza. Il nostro consiglio per chi vuole partire è lo JKT, il suo Jakot. È il nome con cui in Friuli si è iniziato a chiamare il Tocai dopo la disputa con l’Ungheria sul nome Tokaj — un’invenzione della moglie di Stanko Radikon, diventata poi patrimonio comune di più produttori della zona. Da provare anche il Quinto Quarto Bianco, la linea più immediata di Franco. Oppure il Sialis Bianco Sivi, dal suo storico vigneto di tre ettari sul monte Calvario.

Sempre in quest’area lavora la famiglia Miklus, sui terreni della zona Draga acquisiti a inizio Novecento. La loro Ribolla Gialla macera un mese sulle bucce da vigne di quasi trent’anni, e ha vinto i Tre Bicchieri del Gambero Rosso. Accanto proponiamo anche la Malvasia, più giovane ma già molto riconoscibile.

Chiude il Collio Orzan Ivaldo, a Capriva del Friuli: azienda di famiglia dal 1964, oggi guidata dai figli del fondatore. Cinque ettari tra le colline del Collio e le pianure sassose dell’Isonzo. Il loro Zal Scur (“giallo scuro” in friulano) affina tre anni prima di uscire in bottiglia ed è uno dei macerati più equilibrati che teniamo in carta. Proponiamo anche Una Gnot, il loro Friulano macerato una notte sola col metodo tradizionale degli anni ’60.

Oslavia: la culla dei macerati storici

Oslavia è tecnicamente dentro la denominazione Collio, ma nel mondo del vino naturale pesa come una capitale a sé. Poche case, popolazione che si conta in centinaia di persone, adagiate su un colle che guarda dritto verso il confine sloveno — a piedi ci si arriva in pochi minuti. Stesso terreno di ponca del resto del Collio, ma qui la storia dei macerati si è scritta più che altrove, grazie a un manipolo di famiglie che negli anni ’90 hanno deciso, quasi in contemporanea e senza troppo confrontarsi tra loro, di tornare a fare vino come lo facevano i nonni.

È qui che Josko Gravner, dopo anni passati a fare vini bianchi sempre più tecnologici, nel ’97 riceve in regalo da un amico un’anfora Qvevri georgiana e se ne innamora. Dal 2006 tutti i suoi vini, bianchi e rossi, fermentano in anfore di terracotta interrate. La sua Ribolla Gialla è considerata da molti la versione più alta mai fatta di questo vitigno. Ne teniamo diverse annate in cantina: la Ribolla Gialla 2016 e la Ribolla Gialla 2014. Entrambe affinano circa sei anni in botte dopo la lunga macerazione in anfora.

A pochi passi da Gravner vive la famiglia Radikon dal dopoguerra. Edoardo ricostruisce l’azienda nel 1948 dopo le distruzioni della Grande Guerra, poi il figlio Stanko, negli anni ’90, porta le macerazioni a livelli estremi: mesi sulle bucce, zero solfiti aggiunti dal 2002. Diventa così, insieme a Gravner, il punto di riferimento assoluto della categoria. Oggi l’azienda è portata avanti dalla famiglia. Proponiamo la loro Ribolla Gialla in formato da 0,5 litri, un vino dal potenziale evolutivo enorme, sapido e materico. In selezione anche Oslavje e Jakot, gli altri due vini della Linea Blu.

Colli Orientali del Friuli: la zona di Prepotto

I Colli Orientali del Friuli, DOC dal 1970, coprono un territorio più esteso del Collio, sempre a ridosso del confine con la Slovenia ma in provincia di Udine. Le Prealpi Giulie non sono lontane, e si sentono: le notti sono più fresche che nel Collio, con un’escursione termica che aiuta a mantenere acidità e aromi nelle uve. Prepotto, dove lavora Ronco Severo, è un comune piccolo conosciuto anche per lo Schioppettino, ma qui i macerati bianchi hanno una tradizione altrettanto solida.

A Prepotto lavora Ronco Severo, azienda fondata dal nonno dell’attuale proprietario Stefano Novello su terreni acquistati dalla famiglia Rieppi. Vendemmia tardiva, follature manuali, nessun controllo di temperatura: il loro Pinot Grigio ha un colore ramato intenso. Al naso, scorza d’arancia e mallo di noce lo rendono uno dei nostri macerati più riconoscibili. Teniamo in selezione anche la loro Ribolla Gialla, dal carattere altrettanto deciso.

Bassa Friulana: l’orange wine di pianura

Non tutta la macerazione friulana nasce in collina. Ad Aquileia e dintorni la terra è piatta, di origine alluvionale — depositata da secoli di fiumi come l’Isonzo e il Natisone — molto diversa dai terreni collinari del Collio o dei Colli Orientali. Il clima qui risente di più della vicinanza al mare, con la laguna di Grado a pochi chilometri: più caldo, più mite, meno escursione termica. È un territorio che storicamente si è pensato più per rossi e bianchi semplici che per i grandi macerati, ed è proprio per questo che una famiglia come i Montanar rappresenta un’eccezione interessante.

Nella pianura vicino ad Aquileia, a Villa Vicentina, la famiglia Montanar coltiva la terra da quattro generazioni sotto il marchio Borc Dodon, dal nome dell’antico borgo dove è nata l’azienda. Denis Montanar porta avanti un progetto agricolo a tutto tondo — dai cereali antichi alla vite — con fermentazioni spontanee e macerazioni lunghe. Il suo Uis Blancis Dodòn, color ambra intenso con note di miele e fico caramellato, è la prova che l’orange wine in Friuli non è solo un fatto di altitudine.

Carso: pietra, bora e mare

Il Carso è un altopiano calcareo che dall’Italia nord-orientale scivola in Slovenia, spazzato dalla bora — un vento che qui può superare i 100 km/h — e a due passi dal mare, con Trieste che si vede quasi da ogni vigna. Il terreno è quasi tutta roccia calcarea, con tasche di terra rossa ricca di ferro che si infilano nelle fessure: le vigne faticano a trovare terra vera, le radici scendono in profondità, e la bora tiene lontana l’umidità e quindi le malattie della vite. È un territorio di confine anche culturalmente, tra Italia e mondo slavo, e ha dato vita a un vitigno che altrove semplicemente non esiste allo stesso modo: la Vitovska.

Qui, nel borgo di Sales, lavora la famiglia Skerlj: vigneti da generazioni, imbottigliamento proprio dal 2004, macerazioni di tre settimane e affinamenti lunghi in botte. La loro Vitovska è forse il modo più autentico per assaggiare questo vitigno autoctono del Carso, con aromi di frutta gialla, miele e agrumi. Da provare anche la versione più estrema, la Malvasia Riserva 67, che macera un anno intero in vasi di pietra di Aurisina.

Quattro zone, quattro modi diversi di intendere la macerazione sulle bucce. Un solo filo conduttore: la voglia di fare vino come si faceva prima che arrivasse la tecnologia enologica a “correggere” tutto. Se volete partire da qualche parte, il nostro consiglio resta sempre lo stesso: assaggiate, confrontate, e lasciatevi guidare dal colore nel bicchiere.

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David Lavini

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